La maglia

La maglia è di colore bianco panna, sembra di lana ma è in Lavlar, una fibra di nuova invenzione.

Si può indossare per un giorno intero, poi basta immergerla in acqua fredda per dieci secondi e infine strizzarla. Altri dieci secondi e sarà perfettamente asciutta, non serve stirarla.

È confezionata in varie fogge, sia femminili sia maschili, e in tutte le taglie; il prezzo è unico e fisso: duecento euro.

Si trova nei negozi ma le consegne sono contingentate, un invio settimanale di un capo per ogni taglia e modello.

Il lancio del prodotto fu un successo, vendite immediate con poca pubblicità. I social media, guidati abilmente dallo staff pubblicitario, fecero sì che la conoscenza del prodotto arrivasse in ogni angolo della terra.

Poi fu la volta dei pantaloni. Foggia unica unisex in tutte le misure e consegne sempre contingentate.

A questi seguirono intimo, calzini e scarpe. La gente faceva la fila per ore davanti ai negozi perché i prodotti Lavlar erano considerati ormai indispensabili.

Erano antibatterici, quindi non potevano puzzare e non facevano puzzare neanche chi li indosssava. Termoregolatori e impermeabili ma traspiranti. Andavano bene sia in estate, sia in inverno.

Antimacchia per qualsiasi liquido e solido, insomma erano il meglio di quanto si potesse desiderare.

Infine seguirono guanti, berretti, sciarpe e passamontagna per le zone più fredde del pianeta, ma le consegne erano sempre contingentate.

La Lavlar creò un prodotto ma anche un fenomeno di costume. I capi Lavlar erano la moda, nessuno voleva più altri prodotti.

Ci fu qualche tentativo di imitazione, ovviamente a minor prezzo, ma tutti i prodotti rimasero invenduti.

Gli stabilimenti di produzione Lavlar erano ormai diffusi in tutto il pianeta ma nessun estraneo poteva entrarci. La sicurezza e il segreto industriale erano prioritari.

Chi vi lavorava conosceva solamente le sue mansioni e basta. Solo ai vertici c’erano poche persone al corrente di tutta la filiera e nessuno le conosceva.

Il fatto cominciò a incuriosire, i primi ad indagare furono i media, poi la voglia di sapere si diffuse fra le popolazioni. Qualche fanatico pensò ad un complotto e l’idea fece presa fra i ceti più bassi.

Lavlar aveva ormai il monopolio del mercato dell’abbigliamento, quale sarebbe stata la prossima mossa? Il settore alimentare?

Forse miravano al dominio del mercato globale. Al dominio del mondo.

Il movimento di opinione crebbe dal basso fino a coinvolgere tutti gli strati sociali.

I maggiori giornali del mondo pubblicavano titoli allarmanti e articoli pieni di interrogativi. Le notizie furono riprese da televisioni e radio, e fiorirono inchieste.

Ci furono accuse e denunce.

Cos’era il prodotto Lavlar? Da dove o da cosa si ricavava? Quali erano le mire nascoste della multinazionale?

Il Lavlar era tossico e non si sapeva? Che effetti avrebbe prodotto a lungo termine?

E gli operai degli stabilimenti erano a rischio salute?

Lavlar non dava nessuna risposta, secondo loro era semplicemente un business che funzionava benissimo e il segreto aziendale era tutelato dalla legge.

Lavlar uguale veleno. Lo slogan si diffuse.

Iniziarono le azioni di forza con assalti alle sedi, ci furono scene di guerriglia con feriti e morti. Questo alimentò ancor di più la voglia di combattere quel nemico misterioso che un tempo rendeva tutti soddisfatti.

Se non capisci, distruggi!

Gli stabilimenti Lavlar furono tutti rasi al suolo e i dirigenti uccisi.

Cos’è il Lavlar? Cos’era?

 

Lorenzo Signorini, 2 aprile 2013

 

 

L'attacco

Il lavoro in quella zona era iniziato da circa un mese; i nostri ricognitori avevano individuato l’area e segnalato un prodotto di buona qualità, così fui assegnato a quella stazione.

Arrivai poco prima dell’alba e iniziai il prelievo, eseguivo dei saggi periodici per controllare che la qualità del prodotto avesse sempre le medesime caratteristiche.

Feci vari voli di rifornimento ma durante un ritorno alla stazione mi arrivò un segnale d’allarme, la sede centrale era sotto attacco.

Era la prima volta nella mia carriera di rifornitore che sentivo quel segnale, un impulso riconoscibile, senza bisogno d’altro.

Le nostre comunicazioni si erano evolute a tal punto che non serviva più di un solo impulso, differenziato secondo le necessità. Arrivava diritto al cervello e implicava una reazione immediata.

In una frazione di secondo invertii la rotta e tornai alla sede.

L’attacco era attuato da un’entità non classificabile, mi diressi subito nell’area centrale, da lì si doveva difendere a tutti i costi la zona madre.

Appena arrivato, fui avvolto da una nube tossica, l’attacco era violentissimo e mi portai nella fascia di protezione più sicura, sotto la zona madre, dove c’erano i sistemi di sicurezza e salvataggio.

Mi fermai un attimo e guardai in alto; molti rifornitori e cacciatori tentavano una reazione ma cadevano all’istante.

La nube tossica aveva già decimato quasi tutta la flotta in volo.

Mi portai sempre più in basso, dove c’erano i magazzini più vecchi e vi trovai un gruppo di guardiani; l’uscita a sud era sbarrata, l’attacco era stato portato su entrambi i fronti. Mi resi conto che non c’era scampo.

Dalle fessure dello sbarramento iniziò a filtrare gas, eravamo alla fine.

Attivai il registratore neuronale, oltre l’uscita si sentivano suoni e rumori; questa registrazione servirà per le squadre di soccorso se mai arriveranno, noi comunque saremo già tutti morti.

Nessuno di noi riusciva a capire il significato di quei suoni, se le prossime generazioni riusciranno a decifrarli, forse eviteranno stragi future.

Ormai il mio sistema nervoso era al collasso; iniziarono le convulsioni e l’ultima cosa che feci, fu di assicurarmi che il registratore fosse in funzione. Morii ascoltando quei suoni alieni.

 

“Ecco fatto signora, i calabroni ormai sono tutti morti; questo nuovo spray per gli imenotteri è il più efficace in commercio. Certo che quelle bestie fanno proprio impressione, ha sentito quanto forte era il ronzio. Adesso siamo in settembre, fra due settimane tornerò e toglierò il nido dalla canna fumaria che per ora è sigillata con la pellicola in PVC, poi potrà accendere il caminetto in tutta tranquillità. Arrivederci.”

 

 

Lorenzo Signorini 28 settembre 2012

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